lunedì 11 settembre 2017

LA MISURA DEL DOLORE.


Il dolore ci sorprende sempre. Ci sorprende sopratutto quando, in punta di piedi, sembra voglia sfiorarci per mandarci segnali, avvertirci dell’imminente mutazione di vita che sta per compiersi nel nostro corpo perché il dolore quando sopraggiunge modifica la nostra esistenza e il nostro comportamento, cambiando la nostra visione della vita. Il dolore ci appartiene. Non sempre unisce spesso allontana perché rapportarsi di fronte a questo stato di sofferenza può causare scompiglio all’interno di una relazione. Non tutti riescono a gestirlo, a volte esso devasta l’organismo e sconvolge i sensi determinando un cambiamento radicale in una persona. Sopportarlo non è affatto semplice men che mai ignorarlo. Neppure farselo amico è conveniente, renderlo umano, confidenziale, poiché il dolore è subdolo e ti colpisce quando credi di averlo soggiogato. Non è possibile vincere, distruggere, abbattere il dolore. Quando pensiamo di averlo sopraffatto ecco che ritorna più forte di prima, invincibile te lo ritrovi sottopelle vittorioso e trionfante, condizionando ancora di più la vita del posseduto quasi con scherno. Vincere il male è soltanto una pura illusione. Lui è il padrone della nostra vita e dispone di noi come vuole. Esso ci costringe a combatterlo. Illusi qual siamo pensiamo di vincerlo con i medicinali ma spesso quando pensiamo di averlo sconfitto ecco che riappare ancora più forte di prima. E temiamo che voglia vendicarsi per averlo sottostimato pensando che una semplice puntura potesse fermarlo, tenerlo a distanza o addirittura ucciderlo. Che ingenui siamo stati a credere che un farmaco possa annientare un avversario così temibile, che conosce ogni angolo del tuo corpo, ogni anfratto di te. Che ti ha visto nascere, crescere poiché è vissuto sempre dentro di te e con te, ha visto mentre ti illudevi di vivere la tua bella giovinezza senza mai immaginare minimamente che un giorno l’avresti incontrato e quando ciò sarebbe accaduto avresti subito pensato, come tutti pensano a quella età di adolescente, che il dolore dell’anima si può sconfiggere con facilità. Ma mentre tu minimizzi la forza di questo dolore nel frattempo lui si autoimmune, usa tattiche nuove, si prepara ad una contromossa efficace, si concentra per studiare nei minimi dettagli i punti deboli dove poterti colpire. Pensa astutamente a quel giorno in cui tu sarai debole, malato, distratto, per insidiarsi nel cervello e condurti alla esasperazione. 
Ma se volessimo darle un volto che immagine avrebbe il dolore? Quali sembianze avrebbe un simile spregevole personaggio semmai avesse una forma umana? O meglio se avesse sembianze di una bestia immonda poiché di ciò si tratta: di una mostruosità indefinita, mitologica, fantasiosa, bizzarra che incute paura, terrore. E se fosse invece un demone minuscolo al punto da introdursi dentro la tua carne, nelle profondità delle viscere, dentro il proprio cervello? Un essere animato dal rancore come se si trattasse di un microbo dispettoso, un altezzoso e superbo puntino infinitesimale che non ha neppure una visibilità definita ma che si diverte a guardarti soffrire quasi con piacere sadico. Un demone persino armonioso che si diverte a torturarti poiché si prende gioco di te offrendoti l’opportunità di giocare con il tuo stato di sofferenza, ti offre una chance di salvezza e crudelmente di fornisce anche le carte con cui dovrai batterti con lui, insegnarti le regole del gioco senza mai rivelarti del tutto la soluzione. Un gioco beffardo con cui non hai scampo. In qualunque posizioni ti poni perdi sempre. Il diabolico gioco custodisce il segreto della resa come metafora di cui non nutriamo alcuna speranza di svelarne la natura. Eppure, testardi, non rinunciamo a combatterlo; seppure, con un filo di voce, gridiamo la nostra libertà pur sapendo quanto sia difficile una vittoria in campo avverso. Nonostante proviamo a inventarci ogni rimedio con lo scopo di annientarlo, colpirlo, ridurlo al silenzio perpetuo siamo costretti ad arrenderci di fronte all’evidenza. Ci riusciremo mai? Una triste verità che può condurci alla follia poiché quando il fluido infetto è già penetrato nel tuo organismo indifeso, quando i suoi tentacoli, come liquido che viene riversato nell’ incavo di un tronco, hanno conquistato ogni parte di te e ciascuna cellula si è sottoposta alla legge del nuovo padrone, allora non ha più senso avere più ragione del male. Vi sopraggiunge la morte che aggiusta ogni cosa.
11/09/2017

                                                                                                                                                         Luigi Ciavarella

mercoledì 6 settembre 2017

IL RITORNO DELLA PATTUGLIA COSMICA

Dopo circa 20 anni di dispersione nello spazio siderale, La Pattuglia Cosmica ritorna sul pianeta Mondo per tormentare il vostro psicolabile equilibrio acustico con un live reunion al Freak di San Marco in Lamis. (Villetta comunale, Artefacendo).


LA PATTUGLIA COSMICA
Mitica Formazione Indie PoP provinciale degli anni '90.
Garganauti di San Marco in Lamis alla conquista di dinamiche interstellari... almeno ci hanno provato!!!

Dopo circa 22 anni dalla sua trasmigrazione terrestre, Antonio Giuliani, Uraniano di nascita e costretto a trasferirsi sulla Terra per urgenze lavorative familiari, decide di darsi alla musica storpiata per dimostrare la sua innata incapacita assoluta di essere un musicista. La prima formazione de La Pattuglia Cosmica è datata 1995 in triade Basso-Chitarra-Batteria con privilegio a generi musicale Outtakes come il Garage Surf. Nel Marzo del 1997 si aggiunge al gruppo Claudio Ciavarella con il suo Basso lasciando ad Angelo Gualano (primordiale bassista) il ruolo di primo chitarrista. Intanto Pasquale Villani decide di diventare batterista a tutti gli effetti e costruirsi di sana pianta percussioni e accessori per una sottomarca di batteria iperusata ispirandosi ad un nostro eroe della Creatività Bricolage Fai-da-Te: McGyver. Si cambia radicalmente genere passando ad un Marcio Pop con testi in italiano al limite del surreale con citazioni e riferimenti allo Sci-fi, al postmodernismo, ai fumetti, al nulla. Nell’estate del 1997 registrano un Demo-Tape con una dozzina di brani interamente scritti da Antonio Giuliani (voce e chitarra rumorosissima!!!) grazie all’assistenza tecnica di un mixer valvolare del ’73 e 3 microfoni da 8.500 lire l’uno (oggi circa 4 euro!!!) creando un nuovo stile di produzione discografica: il
NO-FI!!!


Tu, mortale terrestre... accorri numeroso!!!

ATTENZIONE: l'eventuale maltrattamento delle chitarre durante lo show potrebbe urtare la sensibilità dei veri musicisti presenti

Il live sarà in diretta video sulla pagina Facebook di Arci Radioattiva
https://www.facebook.com/arci.radioattiva/

Membri del gruppo
La Pattuglia Cosmica è pilotata da:
ANTONIO GIULIANI: Stonature, Grattugia elettrica, Campioni e Synth 
ANGELO GUALANO: L'Altra Chitarra, Quella Predisposta Per Gli assoli
CLAUDIO CIAVARELLA: Benemerito Bassista
PASQUALE VILLANI: Batteria, Percussioni, Buatte, Stoviglie, MotoPig, Gin Tonic

Per scaricare i brani de La Pattuglia Cosmica 
http://www.mediafire.com/?r4g5ygi3sam875x
·                         Ingresso gratuito


(Redazione)

venerdì 1 settembre 2017

IL CANTAUTORE MICHELE GIULIANI IN ARTE MIKALETT.


Mikalett durante la registrazione di un brano di Gianni Morandi, suo idolo. 
Di Michele Giuliani, per tutti semplicemente Mikalett, possiamo dire tutto lo scibile possibile poiché in ambito artistico ha toccato ogni sfera d’interesse. Dalla canzone, al teatro dialettale, alla scrittura sino al ballo come attività ludica, senza contare la sua capacità di promozione in campo turistico (e in passato persino dirigente sportivo), il vulcanico Mikalett è riuscito a raggiungere un vasto campo di passioni che lo hanno portato ad essere considerato una delle figure più popolari del nostro paese.
Dal punto di vista canoro, sicuramente l’aspetto più interessante del suo profilo artistico, Mikalett, come cantautore, ha scritto e spesso pubblicato un buon numero di canzoni disperse tra audio cassette, vinili e compact disc, con testi e musica che spesso hanno fatto riferimento, per stile e contenuti, agli anni sessanta, ritenuto il periodo d’oro della canzone italiana di cui ancora oggi si ricordano i molti successi rimasti nel cuore e nella mente di tutti, soprattutto per quelli della nostra generazione e di cui Mikalett è stato fedele testimone.
Tra questi ausili anche una intera audiocassetta (dal titolo “Ballata per due briganti”), passata in seguito in digitale, in cui egli racconta, con il piglio genuino del cantastorie, le vicende terrene di due noti briganti del nostro paese, Lu Zambre e Orecchiomuzzo, attraverso due lunghe canzoni eseguite con un taglio narrativo molto seducente e un accompagnamento musicale di supporto, da parte di Angelo e Teo Ciavarella, altrettanto intrigante. Possiamo considerarla questa una esperienza pressoché unica nel nostro panorama canoro. Praticamente Mikalett è stato il solo a prendersi cura di un episodio della nostra storia dimenticata per trasferirla in musica, entrando così d’impeto nel cuore della vicenda, che possiede tratti eroici e romantici, per darle infine tutta la dignità che merita.
Naturalmente prima di questa esperienza ha dovuto fare i conti col suo tempo quando il mondo della canzone italiana funzionava in vinile. Infatti sono proprio due 45 giri, usciti a distanza di un anno l’uno dall’altro, nella metà degli anni settanta, a rivelare al paese le virtù artistiche del cantautore Mikalett. Si tratta di brani leggeri che esprimono sentimenti semplici come era d’uso in quei tempi, sempre rivolto al passato decennio che lui non ha mai fatto mistero di appartenere.
Dei due 45 giri sono rimasti soltanto pochi ricordi che il tempo ha fissato in una dimensione nostalgica. Alcune audiocassette fanno da apripista al suo debutto in digitale che avviene nel 2007 quando pubblica il CD “Mondo di sempre”. Si tratta di alcuni brani che, seppure in una forma grezza, vi appaiono per la prima volta. Del mazzo va soprattutto ricordato il brano “Sante Marche mia”, registrato con la collaborazione tecnica di Teo Ciavarella, ripreso in grande stile nell’album che egli pubblica nel 2011 dal titolo “Tutto mi appartiene”. La traccia, arrangiata magnificamente da alcuni musicisti del posto, troverà ascolto e avrà un successo incredibile diventando col tempo un po' il suo marchio doc. Ma ritornando al primo CD esso viene pubblicato nel 2007 e rappresenta per Mikalett il primo approccio alla realizzazione di un’opera nuova ed originale. Con i contributi determinanti di Ciro Iannacone alle consolle e la partecipazione di un pugno di musicisti del luogo, il cantautore sammarchese realizza finalmente il suo primo lavoro di lunga durata. Per la prima volta un brano, che peraltro da il titolo all’album, è scritto in tandem con Luigi Ciavarella, Autore del testo, mentre i restanti brani sono tutti di sua composizione. Lo stesso avviene con il successivo “Tutto mi appartiene” anche se questa volta gli interventi al testo del Ciavarella riguardano due canzoni, di cui una in particolare si riallaccia, per i contenuti espressi, al suo passato più esposto all’impegno civile (“Finalmente abbiamo visto il mare”). Nell’album trovano posto anche un paio di covers, dediche affettuose rivolte a due grandi cantautori di San Marco in Lamis, Tonino Rispoli e Maestro Tackis (Luigi Soccio).
Da aggiungere anche una raccolta di canzoni di Gianni Morandi come segno d' affetto nei confronti del suo idolo di sempre (“Senza perdere un attimo di tenerezza”) che chiude, per il momento, la sua attività cantautorale. Il rapporto avuto con la canzone di Gianni Morandi è sempre stato una costante della sua vita artistica.    
L’aspetto musicale è la parte più rilevante del personaggio ma accanto a ciò Mikalett ha prodotto, come si accennava nell’incipit, anche altre cose. Ma questa è un un' altra pagina.  
Asmodeus Rex  



Una recente immagine del cantautore garganico.
             

mercoledì 30 agosto 2017

LA GIORNATA DELLA MEMORIA E IL RISORGIMENTO: CHE ITALIA SI VUOLE, ANCORA "IGNORANTE"?

Dal "Mattino" di Napoli di ieri, 29 agosto 2017)


di Gigi Di Fiore

Sarà stato il caldo, sarà stato il clima vacanziero, ma per tutto il mese di agosto il dibattito sulla proposta del M5S di istituire una giornata per la memoria sulle vittime meridionali negli anni del Risorgimento ha impazzato, scatenando reazioni a non finire su più giornali. Il Mattino compreso, naturalmente. E allora, dopo averne lette davvero tante, ritorno sul tema, su cui sono già intervenuto proprio sulle pagine del Mattino il 12 agosto. Intervengo per tirare un piccolo bilancio personale su quanto letto in questi giorni.

Sulla giornata della memoria e il Risorgimento sono intervenuti a più non posso docenti di ruolo, ricercatori in cerca di ruolo, politici in stand by e politici in attività, lettori, editori, cultori del sapere, integrati dell’interpretazione storica (tanti) e apocalittici dissonanti o dubbiosi (pochi). Insomma, un dibattito a più voci ed esteso. Non sarà che tutta questa passione conferma come, sulla lettura del Risorgimento e delle sue storie, l’Italia dei particolarismi, dei corporativismi, dei sofismi, si divide ancora?
E' probabile e la ragione è evidente: tra i due miti fondanti (c'è anche la Resistenza) della costruzione politica chiamata Italia, il Risorgimento pone questioni ancora irrisolte a 156 anni dall’unificazione. Questioni e ferite aperte: il rapporto nord-sud, le diversità culturali tra le regioni che costituiscono la nostra nazione, le scelte politiche non omogenee tra le diverse aree, il rimpallo di accuse sulle responsabilità dell’arretratezza e delle difficoltà del Mezzogiorno. E si è capito che, su tutte queste questioni, la storia potrebbe fornire ancora un orientamento per capirne di più.
E allora andiamo con ordine, riavvolgendo il nastro dall'inizio.

In più regioni meridionali, i gruppi consiliari del M5S propongono di istituire una giornata per ricordare le vittime meridionali del processo di unificazione (le “annessioni” al Piemonte, come scriveva Cavour nelle sue lettere). Una provocazione, per tentare di riaprire un dibattito sulla storia e la memoria di quel periodo su cui, forse, la maggioranza degli italiani non ha idee chiare. Già, perché le nozioni (con molti vuoti di memoria per carità di patria) diffuse a scuola oggi non possono più bastare, in una nazione ormai matura dopo 156 anni, che ha bisogno di maggiore coinvolgimento e responsabilizzazione generale che solo una conoscenza reale - non ideologica né mitologica - sulle proprie origini può dare.
La proposta scatena il finimondo. Il “la” parte da alcuni docenti dell’Università di Bari, proprio la gloriosa accademia dove insegnò Tomaso Pedio che, da lassù, chissà come guarderà a questo dibattito. Ne sono seguiti decine di schioppettanti interventi su più giornali. Li ho riletti, scoprendo a freddo che molti risultano in fotocopia, noiosi copia e incolla, con argomenti ripetuti, tutti utilizzati per censurare la proposta del M5S. Perché la proposta è da bocciare? Perché la storia devono approfondirla gli storici patentati. E poi, si sa, del Risorgimento si conosce ormai già tutto e quel campionario di nozioni vengono ripetute all’Università, dove però su quegli anni le ricerche nuove sono davvero poche. Le più recenti, chissà perchè, sono nate da sollecitazioni e stimoli offerti da pubblicazioni divulgative. E allora - ci si potrebbe chiedere - se tutto è già noto e dibattuto, perché mantenere in vita cattedre di storia del Risorgimento? Mistero...
Ma ricapitoliamo le principali tesi ripetute in questi giorni.
1) Chi ha presentato la proposta è spinto da spirito neoborbonico, voglia di ritorno al passato in una sorta di leghismo di ritorno in salsa meridionale;
2) Lo Stato autonomo e indipendente delle Due Sicilie, riconosciuto da tutte le grandi potenze internazionali dell’epoca, era repressivo, cattivo, retrogrado, oscurantista, e aveva bisogno di essere cancellato (con annessione allo Stato del Piemonte, dove già esisteva un altro Sud: la Sardegna che si presentò all’unificazione senza neanche un metro di linea ferroviaria realizzata), per essere avviato alla civiltà e al progresso. Inutile interrogarsi su come fu esteso il progresso nelle regioni meridionali;
3) Viene fatto un uso politico della storia, guardando al passato in maniera strumentale e sfruttando le insoddisfazioni e i diffusi malcontenti nel Sud;
4) Bisogna guardare ai problemi di oggi, piuttosto che andare a rileggere la nostra storia. Argomento che fa un po’ a cazzotti con il precedente;
5) Assurdo discutere sugli ideali di quell’unificazione, come del progresso e della civilizzazione portati nel Mezzogiorno, liberato dai cattivi Borbone e finalmente degno, con i Savoia e la classe politica della destra cavouriana, di sedersi nel consesso internazionale del nascente capitalismo industriale. 
Insomma, per farla breve, tutto è chiaro sulla nostra identità e anche sulle frammentazioni della nostra nazione, perché quegli eventi sono ormai noti e metabolizzati in modo chiaro da tutti gli italiani, al nord come al sud e al centro. Tra gli italiani, non esistono più divisioni, né pregiudizi, né prevenzioni.

Un modo di ragionare, sintetizzato nei 5 argomenti principali estrapolati dagli interventi di questo mese, che fa a cazzotti con le finalità culturali di ricerca, apertura e confronto che dovrebbero essere proprie dell'accademia. La questione vera, oltre le formulette e il tifo da stadio (Borbone-Savoia; Garibaldi-Crocco) che non mi ha mai appassionato, è che non si tratta di tornare indietro, non si tratta di idolatrare i Borbone, ma di capire come e quanto le scelte politiche-economiche-militari-sociali post-unitarie segnarono il Sud, quanto su quelle scelte sia stata responsabile la classe dirigente meridionale, quante lacerazioni si crearono con la rivolta contadina chiamata brigantaggio, quanto gli italiani conoscano realmente della loro unificazione oltre le mitizzazioni e le storielle interessate.
Insomma, per concluderla, quanto sono ancora oggi vicini o lontani agli italiani di Bolzano con quelli di Canicattì? Non credo siano questioni chiuse, né da bestemmia eretica. Nessuna lesa maestà al sapere e alle competenze degli storici. Allargare il confronto, la conoscenza anche tra non iniziati e anche fuori dal chiuso di limitate cattedrali del sapere è vero esercizio di democrazia e arricchimento delle coscienze.

Forse c'è chi auspica, invece, italiani sempre più distanti tra loro, frammentati, disinformati, estranei all'approfondimento della loro storia più importante: quella che portò le subnazioni della penisola a diventare un corpo unico politico. E' la vera differenza, fondamentale, tra il Risorgimento e altri periodi della storia italiana. La svolta della nostra storia contemporanea. E, su questo, mi appare sempre più emblematico l’aneddoto ricordato da Mario Martone nel corso del dibattito, quando ha raccontato di aver incontrato persone convinte che Garibaldi fosse stato ferito all’Aspromonte nel 1862 non dai soldati italiani, ma dai borbonici. Nozioni sbagliate, o radicata prevenzione frutto di una storia insegnata per mitizzazioni e denigrazioni a prescindere? Si vuole ancora questo tipo di conoscenza degli italiani sul nostro Risorgimento? E, se sì, per quali interessi, per quali poteri da preservare? Chiediamocelo, al di là della provocazione della “giornata della memoria”.
Gigi Di Fiore

lunedì 14 agosto 2017

IL TESORO DI GROTTA PAGLICCI E IL ROMANZO DI PALMA DI CESNOLA.


Presentato ieri il romanzo Il tesoro (curato da Angelo e Antonio Del Vecchio_ Circolo Culturale “Giulio Ricci”, 2017) del noto archeologo Arturo Palma di Cesnola, il cui nome è legato agli scavi, allo studio e alla valorizzazione del sito Grotta Paglicci, localizzato nel comune di Rignano Garganico.
E' stata questa una buona occasione per ritornare sui problemi che attualmente impediscono al sito archeologico, ritenuto uno dei più importanti d'Europa, di ottenere la giusta visibilità in ambito storico- scientifico. Si è detto giustamente che la nascita in loco di un Museo di riferimento produrrebbe gli effetti salutari necessari per la conoscenza e la valorizzazione non soltanto in ambito  scientifico per effetto dei risultati degli scavi, con esposizioni di oggetti e reperti recuperati; ma anche riferito a l’accoglienza dei molti visitatori che affollerebbero il luogo e i tanti studiosi interessati agli approfondimenti, portando benefici al territorio, dando così vasta risonanza internazionale al valore del sito e della cittadina garganica. Arturo Palma de Cesnola, dell'università di Siena, attualmente in pensione, è stato, dal 1971 al 2002, il primo ad effettuare scavi in maniera sistematica dando così lustro ad un angolo sperduto della aspra terra del Gargano, nel comune più piccolo della comunità montana. Il sito è oggetto di ricerca in tutto il mondo anche e soprattutto per la sua unicità scientifica riguardo le tre aree preistoriche riferite all'homo sapiens, l'herectus e neanderthal che qui hanno trovato dimora lasciando tracce indelebili del loro passaggio sul periodo calcolato di 24.000 anni fa, così come è stato datato dalle ricerche effettuate dagli esperti.
Il prof. ARTURO PALMA DE CESNOLA
Antonio del Vecchio e suo figlio Angelo del Vecchio, noti giornalisti, che nel corso della serata hanno illustrato ogni particolare riguardo la nascita e lo sviluppo del sito, sono gli Autori di un libro interessante intitolato L’oro di Paglicci. Il libro ha il pregio di documentare – tra l’affascinante, lo scientifico e il misterioso – tutti i passaggi che son serviti per giungere al ritrovamento (casuale quasi leggendario) sino alla sua valorizzazione, illustrandone i particolari e indicando soprattutto nella realizzazione di un Museo Archeologico il punto d’arrivo indispensabile per dare sostanza al progetto.
L’importanza vitale di dotarsi di un Museo quale presidio propulsivo dell'area archeologica, progetto attualmente arenatosi nelle sabbie mobili delle pastoie burocratiche, è stato pure il grido di dolore della comunità, (riassunto efficacemente dal prof. Mastrillo) espresso un po’ da tutti i relatori ma soprattutto dalle autorità presenti, Luigi Di Fiore, sindaco del paese, e l’Assessore al ramo Viviana Saponiere, entrambi presenti all'evento).
Luigi Ciavarella




sabato 5 agosto 2017

ESTATE A BORGO CELANO TRA ARTE, MUSICA E INTRATTENIMENTO.


L’estate di Borgo Celano (villaggio ai piedi del monte omonimo e frazione di San Marco in Lamis) ha portato quest’anno alcune iniziative nuove di carattere artistico-culturale, misto intrattenimento, che hanno trovato un ascolto attento e sorprendente da parte non soltanto dei residenti del piccolo borgo ma anche dei tanti villeggianti che in questo periodo dell’anno affollano il posto, famoso per la sua rinomata frescura. Il protagonista in assoluto è stato un giovane e intraprendente sammarchese, Luigi Mossuto, ideatore nientedimeno di un Talent Show con lo scopo dichiarato di intrattenere i villeggianti e i sammarchesi giunti dalla valle per assistere ad una gara canora e artistica (tra canzoni e balli perlopiù di ragazzi e ragazze molto bravi e motivati) coadiuvati da una giuria e dalla presenza di alcuni ospiti, tra cui Ciro Iannacone, i balli di Mikalett, etc. Una novità assoluta che ha prodotto un consistente successo oltre a decretare vincitori la locale Fabiola Accadia per il canto e la giovanissima coppia Coco - Masciale riguardo il ballo.   
Il 19 prossimo venturo come consuetudine verrà celebrata la notte bianca sammarchese, come dire la ormai nota “Chiu fa notte e Chiu fa forte” giunto quest'anno alla undicesima edizione, con un programma che si preannuncia come al solito molto ricco ed eterogeneo (di cui daremo atto in una prossima occasione), però nel frattempo altre due manifestazione prevalentemente musicali stanno prendendo piede in zona con altrettanta forza e capacità di intercettare la buona musica e un popolo di giovani, di varia umanità, molto recettivo  e sedotto da questi eventi. Si tratta di Borgo Rock, che quest’anno ha ospitato Pino Scotto, mitico leader dei Vanadium dei tempi d'oro dell'hard rock italiano, e i Rocky Horror (con Dj Blast di San Giovanni Rotondo), band di crossover foggiana molto apprezzata negli ambienti del Metal indipendente, col supporto di band quali i Cordamara e i Chroma Drama, provenienti da Manfredonia e Foggia, dotati di un suono molto potente. E’ stata una serata di fuoco adatta alla stagione luciferina. Quasi a mitigare la furia iconoclasta di Pino Scotto e Co è stata allestita in contemporanea una Mostra di vinili dal titolo “Summer of Love 1967” che ha riportato indietro le lancette dell’orologio di 50 anni nel tempo in cui vennero poste le basi del moderno rock con l’ esposizione di più di una trentina di copertine di vinile storiche (molto belle e colorate) per provare ad illustrare un periodo in cui l’innocenza della musica rock stava subendo un travolgimento epocale a vantaggio di una nuova consapevolezza che la porterà a diventare adulta e responsabile.
L’altro evento, In Defenza Day che si sta svolgendo in questi giorni (4 – 6 agosto), a San Marco in Lamis nella villa comunale, vede protagonista una Associazione che partita da una idea di conservazione della bellezza del nostro territorio sta portando a compimento, con sempre maggiore successo, una serie di spettacoli musicali e di intrattenimento che quest’anno hanno avuto un picco di qualità sorprendente. Dalla cover band dei Nomadi al Tributo a quattro grandi della musica pop italiana (Lucio Dalla, Vasco rossi, Elisa e Pino Daniele) con piccoli concerti che verranno effettuati da alcuni noti musicisti locali (Maurizio Tancredi, Michela Parisi, Ludovico Delle Vergini, Sergio Bonfitto) in una serata prevedibilmente molto seducente, l'appuntamento chiuderà il calendario della manifestazione. Ma l’evento più importante è stato il Concerto che Matteo Vincitorio ha tenuto ieri sera 5 agosto in villa comunale con i suoi H Bombs, micidiale band di blues italiano forgiata in tanti anni di performance on the road, nei posti più accoglienti dell’Emilia. Un gradito ritorno.   
Non ultima la “provocazione” dell’artista Michele Tancredi che tre giorni fa ha prodotto nella locale villa comunale una dimostrazione molto suggestiva inventandosi uno scenario apocalittico popolato da un mare di plastica, bottigliette di plastica al posto del mare e ombrelloni con bagnanti, per denunciare in maniera forte il deturpamento della natura e la follia dell’umanità.
In attesa di Chiu fa notte….
Luigi Ciavarella

Mostra vinili 1967
L'ARTISTA MICHELE TANCREDI

ROCKY HORROR

IO E IL MITICO PINO SCOTTO.





lunedì 10 luglio 2017

INAUGURATO IL CENTRO PER MINORI "DON MILANI"

Ritorna operativo il Centro per minori "Don Milani" in seguito alla ristrutturazione dei locali di via Gobetti, già inaugurato 7 anni fa, come molti si ricorderanno, nientedimeno dall'allora governatore della Regione Puglia, N. Vendola, e dall'allora Presidente e parlamentare europeo il tedesco M. Shultz, attualmente potenziale prossimo Cancelliere tedesco. La cerimonia di inaugurazione ha visto protagonisti gli attuali amministratori locali che hanno voluto fortemente - come è stato da loro sottolineato - questa operatività del Centro. Una struttura il cui costo è stato ripartito equamente tra Comune e Regione Puglia. Per la cronaca l'inaugurazione della nuova struttura ha avuto il conforto della presenza non solo del personale assistente e da alcuni giovani ospiti del posto, ma sopratutto di un folto pubblico presente, nonostante il caldo. Don Michele La Porta, che ha officiato alla benedizione della struttura, si è soffermato sugli aspetti meritevoli ed educativi dell'opera accennando alla figura di don Milani, il prete visionario che ha rivoluzionato il modo di concepire l'impegno evangelico tra i poveri, a cui il presidio è intitolato; mentre il sindaco, dr. Michele Merla, ha voluto invece sottolineare l'impegno dell'amministrazione nella riapertura operativa di questa ed altre strutture simili che sono importanti per il territorio poiche' servono come supporto sociale per i nostri ragazzi in difficoltà; lo stesso ha voluto ripetere l'assessore al welfare, Caterina Caterina Ferro, soffermandosi sulle difficoltà e gli sforzi compouti per portare a termine questo progetto. Un progetto che serve per il recupero, l'assistenza e il benessere sociale dei ragazzi disagiati (da 6 a 18 anni, come è stato detto) attraverso l'uso di una struttura moderna ed efficace. Infine gli interventi di Raffaele Piemontese, assessore al bilancio della Regione Puglia, e Costanzo Cascavilla, sindaco di San Giovanni Rotondo, presenti all'evento, che sono stati rivolti all'impegno solidale verso queste forme di intervento, ciascuno per il proprio ruolo, per la tutela e la prevenzione dei problemi legati a queste tematiche. 
Luigi Ciavarella




venerdì 23 giugno 2017

SHYLOCK L’EBREO USURARIO E L’ANTISEMITISMO DI SHAKESPEARE.

Shylock è un usuraio ebreo che ha prestato del denaro a Bassanio che gli ha dato come garante il suo amico Antonio (Il mercante di Venezia). Shylock, che odia Antonio in quanto antisemita, accorda il prestito ma esige, dietro pagamento di una notevole somma di interessi, anche una libbra della carne di Antonio. Bassanio, in difficoltà economiche, accetta le condizioni.
Nel frattempo Bassanio, diventato ricco per aver sposato una ricca ereditiera, Porzia, si offre di restituire a Shylock il doppio del denaro prestatogli per saldare il debito ma lui rifiuta. Il mercante ebreo è irremovibile. Vuole la libbra di carne dal petto di Antonio. Vanno in tribunale e a questo punto entra in scena un giovane avvocato, che in realtà è Porzia la moglie di Bassanio travestita da uomo (l’avvocato Bellario). Porzia prova a convincere Shylock di rinunciare alle sue pretese però lui ostinatamente continua a rifiutare l’offerta. A questo punto Porzia si indispettisce e passa al contrattacco facendo subito notare a Shylock che nel caso dovesse procedere al taglio della libbra di carne dal petto di Antonio “versando una sola goccia di sangue”, secondo le leggi vigenti nella Repubblica della Serenissima, sarà condannato a morte e gli saranno confiscati i suoi beni. A Shylock gli viene anche ricordato che se uno straniero cerca di uccidere un veneziano (Shylock essendo ebreo è considerato uno straniero) i suoi averi verranno confiscati e divisi tra lo Stato e la vittima (Antonio) mentre la sua vita stessa sarebbe nelle mani del Doge, che lo potrà graziare soltanto se si converte al cristianesimo. Posto di fronte a queste prospettive Shylock diventa disponibile e accetta l’offerta di Porzia.
Porzia riuscirà a sconfiggere l’ebreo Shylock usando la sua stessa perfidia, ripagandolo della stessa moneta, applicando, insomma, alla lettera tutte le opportunità legislative vigenti nello stato veneziano di quel tempo. Leggi peraltro molto restrittive nei confronti degli stranieri. Lo status di straniero di Shylock risulterà quindi determinante per la sua sconfitta. “La vostra perfidia saprò metterla in pratica” dice ad un certo punto Porzia.

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Il Mercante di Venezia, l’opera teatrale che William Shakespeare scrisse alla fine del 1500 e andata in scena ripetutamente nel corso dei secoli  - con impressionante successo di pubblico -può essere la dimostrazione del fatto che il celebre drammaturgo inglese covasse sentimenti antisemiti? Ovvero il gradimento di pubblico può essere considerato un segno evidente di insofferenza (o peggio) nei confronti degli ebrei, perlomeno verso i mercanti, noti per la loro spregevole avidità? Domande che hanno attraversato tragicamente secoli di storia sino ai giorni nostri. D’altra parte l’ebreo Shylock dimostra di non possedere alcuna etica né moralità; di essere una persona insensibile, incapace di esprimere sentimenti di pietà, un individuo che non conosce alcuna mediazione. Insomma, secondo l'immagine che ne da William Shakespeare, egli è un essere spregevole sopraffatto soltanto dalla avidità con cui cerca di trarre il massimo profitto dagli affari. Anche a costo di pretendere la libbra di carne dal petto del debitore.
Questa immagine negativa dell’ebreo disegnata da Shakespeare con abbondanza di particolari contribuirà, purtroppo – suo malgrado? -, ad avere effetti nefasti sul futuro di questa comunità. Non a caso la commedia “Il mercante di Venezia” verrà ripetutamente rappresentata durante il terzo Reich con tutto le conseguenze propagandistiche dolorose che vi lascio immaginare.
Due questioni, in conclusione, si possono sottolineare al termine della lettura di questa vicenda: il cinismo e l’avidità dell’ebreo in primis ma anche la risposta della legge della Repubblica di Venezia, anch’essa dotata di un cinismo intollerante nei confronti degli stranieri. La cosiddetta Serenissima Civiltà Veneziana del tempo ne esce piuttosto malconcia da questa brutta storia antisemita.

Luigi Ciavarella

domenica 21 maggio 2017

SUONI PESANTI DALLA PERIFERIA DELL’IMPERO. LA STORIA DEL GRUNGE 1985 – 1994. (*)

di Luigi Ciavarella
Il grunge è stato un movimento musicale spontaneo nato e cresciuto nel nord ovest degli Stati Uniti intorno alla metà degli anni ottanta, musicalmente nutrito a base di punk, metal e psichedelica in un rapporto stretto tra vari generi (crossover) descritto per convenienza col termine grunge, peraltro mai accettato dai diretti interessati, (che vuol dire sporco, orribile, cattivo) tuttavia necessario per indicare uno dei periodi più intensi e creativi della storia del rock americano.   
Epicentro e teatro di questa rivoluzione musicale e di costume è stata Seattle, città piovosa e crepuscolare, capitale dello stato di Washington, famosa nei sessanta per aver dato i natali a Jimi Hendrix (e dove vi è sepolto) ma anche come la regione dei Wailers e dei Sonics, e di altri gruppi di grande impatto dance, grezzi e selvaggi proprio come i primi discendenti grunge, (cito a sostegno la raccolta di brani Highs in the Mid Sixties/Nuggets nei numeri dedicati al North West), ma confinati in quelle regioni estreme, lontane in ogni caso dai luoghi cult in cui si combattono le vere battles of the  garage (California e Texas in primis). 
Possiamo aggiungere allora che il grunge sia nato come reazione alla stasi del rock americano (riferito però ad una poco incisiva scena dominante) presente soprattutto in quelle regioni tradizionalmente all’avanguardia, come la California (ma la California degli ottanta è diversa dai sessanta, forse Paisley Underground a parte) o come la grande mela (New York) che pure aveva dato corpo e sostanza, qualche anno prima, alla rinascita di un modello di rock preso in prestito dal punk e dall’eredità lasciata dai Velvet Underground costruito sul filo della sua memoria storica, intorno alla metà dei settanta, incoraggiandone persino lo sviluppo (si pensi a Patti Smith, jim Carroll, Television, tensioni che avrebbero trovato sbocco naturale in ambienti intellettuali), ma che, posti di fronte ad una svolta, non hanno saputo dare un seguito dignitoso a quelle idee poiché erano espressioni di un’area circoscritta non esportabile per definizione. 
Proprio in momenti come questi che si guarda al nord ovest, allo stato di Washington, periferia estrema rispetto a Los Angeles, con Seattle (e dintorni) in termini di avanguardia, abitata da gruppi musicalmente eterogenei, ciascuno col proprio bagaglio stilistico, ma tutti portatori di un concetto di vita nuova e seducente in evidente contrasto col resto del Paese. Musicalmente parlando se poco prima c’era stato il No Future, (la deriva Punk nichilista e assurda), condizionato da una visione iconoclasta della vita e della musica, ora il grunge propone il Future? nahhh, accogliendo il punk come uno dei propulsori e non più come filosofia di vita, creando di fatto i presupposti di una rivoluzione musicale dagli sviluppi imprevedibili, avendo adottare nel proprio dna gruppi - icone come Led Zeppelin e Black Sabbath, virtualmente assunte come guide spirituali, totem necessari per blandire l’atto di nascita di una fusione che non avrebbe tardato a dare propri frutti.

Che sia stata una rivoluzione e perché sia nata proprio in quella regione fuori mano, lontana dalle sedi delle multinazionali della musica, non è dato saperlo. Sappiamo però che terminata questa esperienza, all’incirca nella metà degli anni novanta, cade sulla scena un silenzio tombale. Non vi è stata alcuna restaurazione né un seguito della storia per assicurare al fenomeno una eredità credibile.   
Sappiamo per certo che la scena grunge ha vissuto due periodi distinti : una prima fase underground, seminale, dominata da numerosi gruppi dallo spirito selvaggio che trovò nell’etichetta di Seattle Sub Pop, fondata da Bruce Peavitt, (ma anche in altre etichette underground), il naturale sbocco discografico ; e una seconda fase esplosa nel 1991, all’indomani del successo planetario di Nevermind dei Nirvana,  vertice assoluto del grunge e uno dei capolavori della musica rock , che ha avuto il merito storico di aver trascinato nel suo alluvionale successo mondiale altri gruppi importanti come  : Pearl Jam, Soundgarden, Alice in Chains, Mudhoney, etc, oltre a focalizzare intorno a Seattle e tutta la scena underground americana l’attenzione del mondo. 
  
I DISCHI E I PROTAGONISTI (1985 – 1991) 
Il primo disco grunge viene registrato dai Green River (Come On Down, Homestread Rec.Usa 1985) nel dicembre del 1985. Si tratta della prima forma di proto grunge in assoluto. Ma il gruppo verrà ricordato in seguito per aver annoverato tra le proprie file i personaggi chiave di questa avventura: Mark Arm e Steve Turner, che formeranno i Mudhoney e Stone Gossard e Jeff Ament, i MotherLoveBone, anticamera dei Pearl Jam. L’anno successivo nasce la Sub Pop, l’etichetta del grunge, che raccoglie le istanze dei tanti gruppi sparsi nella zona assicurando loro, attraverso raccolte mirate (cassette e cd) una discreta visibilità. Ma prima ancora della pubblicazione di Sub Pop 100, che allinea un primo censimento dei gruppi grunge, è la C/Z Records a pubblicare il primo manifesto della nascente scena di Seattle (Deep Six), con sei gruppi che avranno il ruolo d’apripista.
A partire da questo istante infatti il punk, il metal, il noise e la psichedelia cesseranno di essere corpi separati per confluire tutti in un unico genere musicale, il grunge.

I Nirvana non sono ancora nati quando nel 1987 vengono pubblicati i primi memorabili vagiti del grunge: Dry As A Bone dei Green River seguito da Screaming Life, l’EP metal dei Soundgarden e Even If And Eventually When degli Screaming Trees di Mark Lanegan , album d’ impostazione psichedelica.
Ma è il 1988 è l’anno decisivo del grunge.
I Nirvana pubblicano il loro primo singolo, Love Buzz, un oscuro brano degli olandesi Shocking Blue, allo stesso tempo la Sub Pop investe nella diffusione del genere immettendo in circolo titoli come: Rehab Doll dei Green River, il singolo Touch Me I’m Sick dei Mudhoney poi confluito nell’album Superfuzz Bigmuff, e Fopp dei Soundgarden, seguiti dalla pubblicazione dei primi LP sulla lunga distanza dei Soundgarden, Ultramega OK e dei Screaming Trees Invisible Lantern, granitico e spettacolare il primo, acido e spettrale il secondo, entrambi licenziati dalla SST Records.
L’anno successivo I Nirvana pubblicano Bleach, ottimo debutto registrato in economia con qualche debito verso Black Sabbath e Melvins; seguono i Mudhoney con il loro primo omonimo LP e i Soundgarden che inaugurano con Louder Than Love il primo contratto in assoluto con una major, la A&M Records.
Altri dischi pubblicati nel 1989 sono: Buzz Factory degli Screaming Trees, considerato il loro capolavoro underground, e l’Ep Shine dei MotherLoveBone, (seguito da Apple, l’anno successivo), secondo gruppo firmatario di un contratto con una major (la Polygram).
Nel 1990 cade la prima vittima eccellente, Andrew Wood, leader dei MotheLoveBone, che muore per overdose mettendo la parola fine alla storia del gruppo. Debuttano su Columbia gli Alice In Chains di Layne Staley con Facelift, lavoro dominato da suoni metallici e malati. Il gruppo avrà una vita difficile.
Il 1991 è l’anno della consacrazione internazionale grazie al definitivo massiccio intervenuto delle multinazionali (major) spianando la strada al successo planetario ad un congruo numero di lavori di indiscussa qualità: Nevermind dei Nirvana, Badmotorfinger dei Soundgarden e Ten dei Pearl Jam. A questi vanno aggiungi altri grandi titoli: Uncle Anesthesia degli Screaming Trees, Gish dei Smashing Pumpkins, Congregation degli Afgan Whigs e Green Mind dei Dinosaur Jr. tutti pubblicati dalle major che finalmente scoprono Seattle come la potenziale gallina dalle uova d’oro. 
Il triennio 1992 – 1994 produrrà altri titoli miliardari, dai Nirvana di In Utero, prodotto da Steve Albini, sino ai successivi album dei Pearl Jam (Vs e Vitalogy, lavori più maturi e tendenti al mainstream); gli Smashing Pumpkins realizzano il loro capolavoro, Siamese Dream mentre gli Afgan Whigs di Greg Dulli pubblicano Gentlemen.

Anche Alice in Chains e Soundgarden, l’ala più metal del grunge, continuano a incidere buoni album baciati dal successo (rispettivamente Jar Of Flies e Superunknown) ma il 4 aprile del 1994 a Seattle accade la tragedia. Kurt Cobain viene trovato cadavere nel garage di casa sua, sfigurato da una fucilata in pieno volto.  Un suicidio annunciato. Con la sua morte niente sarà più come prima.
Nel 2002 morirà per overdose anche Layne Staley, il leader degli Alice in Chains, dopo una vita bruciata ad inseguire gli eccessi della vita e senza riuscire mai a scrollarsi di dosso il peso della sua tossicodipendenza.

Postum Scrptum: Per contiguità col grunge si aggiungano i nomi di Sonic Youth e Jane Addiction ( Daydream Nation e Nothing Shocking ) che seppure non provengano da Seattle hanno avuto nei confronti del grunge un rapporto di stretta osservanza in termini di suoni e stili di vita. Lo stesso si dica in altri ambiti geografici degli inglesi Bush e dei norvegesi Motorpsycho, (consigliabili: Sixteen Stone e Demon Box) anch’essi folgorati come san Paolo sulla strada di Seattle avendo accolto nel proprio dna i segni tangibili di un fenomeno musicale e di costume che ha davvero mutato la faccia della storia (della musica rock).


Conclusioni
Senza Nevermind il grunge sarebbe rimasto (forse) dentro i recinti regionali dell’underground. Il disco, voluto dalla Geffen Records e affidato alle cure del produttore Butch Vig, credo abbia avuto il merito di aver liberato l’anima di Seattle definitivamente dopo averla affidata alla custodia del mondo affinché ne serbasse il ricordo.
Vent’anni dopo la deflagrazione di quell’evento resta forte il mito di una stagione irripetibile, il volto di Kurt e i tanti gruppi che hanno tentato l’assalto al cielo come è sempre accaduto quando si è voluto raccontare la storia di una scena musicale, uguale ma sempre cosi diversa, che ha accompagnato una generazione verso la maturità.
I Pearl Jam, unici superstiti del grunge, sono ancora in giro per il mondo a spendere la cifra di un sogno duro a morire, non prima però di averci sommersi da una infinita prole di dischi live che non ci basterà una vita per ascoltarli tutti.
                                                                                                          
(*) " Questo omaggio alla storia della musica Grunge e ai suoi protagonisti è stato pubblicato in origine nel mese di febbraio del 2011 nella Rubrica "Music'Arte" del sito www.sanmarcoinlamis.eu.", ripreso in seguito alla triste morte di uno dei protagonisti di quella stagione, Chris Cornell, e a lui dedicato ". (Luigi Ciavarella)
CHRIS CORNELL (1964 - 2017)


sabato 29 aprile 2017

POESIA DIALETTALE GARGANICA A CONFRONTO.


Il libro di recente pubblicazione, Poeti del Gargano, con sottotitolo “nei dialetti dei paesi”, curato da Franco Ferrara di Apricena, ci consente di osservare dal di dentro lo stato di forma della nostra poesia dialettale. La materia è perlomeno controversa. Se da un lato diminuisce in maniera esponenziale l’uso corrente del dialetto sia nelle conversazioni tanto nella scrittura (l’ISTAT nell’ultima rilevazione ha certificato una ulteriore diminuzione dell’”uso esclusivo” del parlato dialettale, tanto in famiglia quanto con amici e conoscenti, a vantaggio di un italiano sempre più corretto) dall'altro canto ci si chiede, considerata l'alta proliferazione di poeti e testi dialettali, se ciò sia sufficiente a frenare la caduta e rilanciare, se possibile nel contempo, la centralità della parola dialettale in seno ad una comunità.  
Una delle soluzioni può essere quella proposta dal gruppo dei poeti garganici di cui parliamo i quali non solo hanno riunito in un volume di intenti tutte le voci disponibili sparse in tutta l’area dello Sperone per un confronto tra le diverse anime che ivi ci abitano, ma, allo stesso tempo, con spirito itinerante, stanno portando nei vari paesi garganici questo loro progetto poetico. Giovedì 20 marzo il meeting ha toccato pure il nostro paese. Con il sostegno della locale “Puteca”, che, come è noto, si occupa di poesia dialettale, abbiamo potuto toccare con mano questa interessante iniziativa che senz’altro farà del bene a tutto il movimento e alla natura stessa della lingua parlata dialettale.
Si tratta di quindici autori che rappresentano un campionario di voci autoctone poiché, come avverte il curatore, “non esiste il dialetto del Gargano” bensì un insieme di voci differenti che, seppure saldati da un sentimento comune, non rappresentano nient’altro che sé stessi. Si tratta in definitiva di paesi in cui il peso dell' isolamento è stato decisivo per lo sviluppo della propria autonomia linguistica e comportamentale, tale da renderli unici. Le zone impervie del Gargano prive di strade e di commerci sono state la ragione fondamentale per la formazione di queste differenze. Insomma senza scambi e rapporti continuati con i paesi limitrofi ciascun microcosmo ha dovuto coltivare, sviluppare e custodire i propri vincoli tradizionali con autodeterminazione.   
Sono tante voci che rappresentano senza dubbio una ricchezza dal punto di vista delle tradizioni e dei contenuti linguistici, che andrebbero salvaguardate, per esempio, immettendo in circolo i risultati delle loro ricerca attraverso le tante forme creative disponibili. Come nel caso di questo libro che vuole rilanciare la forma partecipativa della comune radice dialettale provando a contenere gli assalti devastanti della modernità. Una resistenza che risulterebbe vana se non fosse accompagnata da un rilancio capillare dell’uso del dialetto ovunque ci sia spazio, tanto nei rapporti interpersonali che sui luoghi di lavoro etc. Non soltanto scrittura quindi ma soprattutto confronto e partecipazione ad un comune obiettivo da difendere: la parlata dialettale come principio identitario e come argine allo strapotere della lingua italiana. Solo in questo modo la scrittura e la parlata dialettali potranno avere una ragione in più di sopravvivenza quindi uno spazio sentimentale in cui crescere preservando così le tante parole d’uso dialettale, nonostante siano mutate nel corso dei decenni, che restano intraducibili e appartengono quale patrimonio permanente soltanto alla storia della comunità di appartenenza.
Gli autori della raccolta provengono da ogni parte del Gargano. I più numerosi provengono da Vico del Gargano: Michela Di Perna, Maria Vera e Nicola Angelicchio, mentre dalla lontana Vieste arrivano Isabella Cappabianca e Angela Ascoli ; da Ischitella invece Rocco Martella e Nino Visicchio ; da Apricena Franco Ferrara e Raffaele Pennelli ; da Monte Sant’Angelo Pietro Salcuni e da San Giovanni Rotondo Onofrio Grifa e Michele Totta, nomi noti al popolo della “Puteca”; da Carpino arriva Giuseppe Trombetta mentre da Rignano Garganico è presente il solo Giuseppe Lombardi. Infine, ma solo per ragioni di cuore, Antonio Guida (foto sotto), l’unico nome presente nel sodalizio di San Marco in Lamis. 
La lettura dei testi è stata sorprendente, piacevole, spesso vivace e sempre ricca di gustosi contenuti se non altro per le tante varietà del linguaggio che qui si confrontano e si intercettano in un gioco degli incastri e dei rimandi a volte espresse con arguzia altre volte invece con pathos spesso con una comunicativa duttile ed efficace, che lascia oltremodo esterrefatti. La visione di comuni intenti e la evidente fiera partecipazione di ciascun poeta ad un progetto univoco restano il fine di questa opera e quindi un valore inestimabile di straordinaria potenza evocativa di cui diamo atto.  
Luigi Ciavarella


Il poeta dialettale Antonio Guida di San Marco in Lamis
  

sabato 15 aprile 2017

MOSTRA ALL'APERTO DI NICK PETRUCCELLI

Ieri mattina siamo stati testimoni di un evento artistico molto curioso e interessante: una mostra di sculture di Nick Petruccelli, che l'artista sammarchese ha esposto nella centrale piazza Madonna delle Grazie Si tratta di opere a soggetto religioso o ispirate da simbolismi che traggono ispirazione dalle debolezze umane, come per esempio la famosa stele, peraltro già nota in quando esposta nel convento di San Matteo, al cui interno vengono stilizzati i segni tangibili della sofferenza umana contemporanea. La droga, l'alcolismo, e altre dipendenze, sono qui raffigurati attraverso simboli inequivocabili. Catene, siringhe, bottiglie, chiodi penetranti e addirittura un braccio scolpito nel legno dove il tutto evidenzia il grido soffocante di un dolore devastante, lo racchiude e lo denuncia con umana misericordia. Le stimmate scalfite nel palmo della mano, poi, rievocano il grido forte primordiale della croce che si protrae sino ai nostri giorni, sotto altra forma ma con uguale identica passione. E tutto ciò sin dall'alba del cristianesimo. Come altri silenziosi segni della passione di Cristo, che qui vengono esaltati, come la pietà, i profili umani imbrigliati nel legno e la croce, infine, sotto la quale si compie il gesto più toccante della storia bimillenaria della Chiesa, sono tutti momenti che possiedono la forza di rappresentare un grande evento evocativo che ieri abbiamo percepito e di cui diamo testimonianza.

Luigi Ciavarella





lunedì 10 aprile 2017

POESIA COME VIAGGIO



Da questa altezza vertiginosa
respiro l’aria funesta di Chernobyl
e la brezza del gran canal dello Starale
tra gorgheggi di acque putrefatte
e profumi esaltanti di sambuco.  
Potremmo osservare la piana dei Catapani
nella sua maestosa interezza come una taiga,
da questa balconata naturale,
con le sue spighe agitate dal vento
e le betulle che si specchiano nello stagno,
altezzose in questa stagione strana d’estate.
Oppure dentro i rivoli del Candelaro che tagliano i sentieri
dove spesso si possono incontrare
gli sguardi impaurite delle rane
immobili, vicinissime allo specchio d’acqua
gonfie d’ attesa mentre fissano la preda. 
Respiro il profumo di Parigi
i cento ponti che attraversano la Senna
e i boulevard che mi ricordano nei sogni
il grande Jacques della guida Michelin
odorose di puttane, di caffè e di Pastis.
I clochard sono fermi agli angoli della strada
altri sotto i ponti del fiume conservano cartoni per la notte,
stipano con cura bottiglie di vino St. Morand
tra gli stracci ai margini dei canali.
Mi ricordano Colmar queste strade di pietre
grigie di madreperla che corrono a valle
quasi a precipizio; gli indolenti vialetti
che profumano di fiori di gelsomino,
inebrianti sentieri della vita mi passano accanto
tra percorsi odorosi di lardo e di salsicce;
neanche fossimo a Praga o nei bassifondi luridi
desolati di Marsiglia o tra i vapori che ristagnano
nelle bettole maleodoranti di Barcellona,
dove la santa inquisizione accende ancora fuochi
e getta i resti degli eretici nei rigagnoli davanti al porto
prima della partenza dei piroscafi verso l’ignoto.
Luigi Ciavarella