sabato 29 aprile 2017

POESIA DIALETTALE GARGANICA A CONFRONTO.


Il libro di recente pubblicazione, Poeti del Gargano, con sottotitolo “nei dialetti dei paesi”, curato da Franco Ferrara di Apricena, ci consente di osservare dal di dentro lo stato di forma della nostra poesia dialettale. La materia è perlomeno controversa. Se da un lato diminuisce in maniera esponenziale l’uso corrente del dialetto sia nelle conversazioni tanto nella scrittura (l’ISTAT nell’ultima rilevazione ha certificato una ulteriore diminuzione dell’”uso esclusivo” del parlato dialettale, tanto in famiglia quanto con amici e conoscenti, a vantaggio di un italiano sempre più corretto) dall'altro canto ci si chiede, considerata l'alta proliferazione di poeti e testi dialettali, se ciò sia sufficiente a frenare la caduta e rilanciare, se possibile nel contempo, la centralità della parola dialettale in seno ad una comunità.  
Una delle soluzioni può essere quella proposta dal gruppo dei poeti garganici di cui parliamo i quali non solo hanno riunito in un volume di intenti tutte le voci disponibili sparse in tutta l’area dello Sperone per un confronto tra le diverse anime che ivi ci abitano, ma, allo stesso tempo, con spirito itinerante, stanno portando nei vari paesi garganici questo loro progetto poetico. Giovedì 20 marzo il meeting ha toccato pure il nostro paese. Con il sostegno della locale “Puteca”, che, come è noto, si occupa di poesia dialettale, abbiamo potuto toccare con mano questa interessante iniziativa che senz’altro farà del bene a tutto il movimento e alla natura stessa della lingua parlata dialettale.
Si tratta di quindici autori che rappresentano un campionario di voci autoctone poiché, come avverte il curatore, “non esiste il dialetto del Gargano” bensì un insieme di voci differenti che, seppure saldati da un sentimento comune, non rappresentano nient’altro che sé stessi. Si tratta in definitiva di paesi in cui il peso dell' isolamento è stato decisivo per lo sviluppo della propria autonomia linguistica e comportamentale, tale da renderli unici. Le zone impervie del Gargano prive di strade e di commerci sono state la ragione fondamentale per la formazione di queste differenze. Insomma senza scambi e rapporti continuati con i paesi limitrofi ciascun microcosmo ha dovuto coltivare, sviluppare e custodire i propri vincoli tradizionali con autodeterminazione.   
Sono tante voci che rappresentano senza dubbio una ricchezza dal punto di vista delle tradizioni e dei contenuti linguistici, che andrebbero salvaguardate, per esempio, immettendo in circolo i risultati delle loro ricerca attraverso le tante forme creative disponibili. Come nel caso di questo libro che vuole rilanciare la forma partecipativa della comune radice dialettale provando a contenere gli assalti devastanti della modernità. Una resistenza che risulterebbe vana se non fosse accompagnata da un rilancio capillare dell’uso del dialetto ovunque ci sia spazio, tanto nei rapporti interpersonali che sui luoghi di lavoro etc. Non soltanto scrittura quindi ma soprattutto confronto e partecipazione ad un comune obiettivo da difendere: la parlata dialettale come principio identitario e come argine allo strapotere della lingua italiana. Solo in questo modo la scrittura e la parlata dialettali potranno avere una ragione in più di sopravvivenza quindi uno spazio sentimentale in cui crescere preservando così le tante parole d’uso dialettale, nonostante siano mutate nel corso dei decenni, che restano intraducibili e appartengono quale patrimonio permanente soltanto alla storia della comunità di appartenenza.
Gli autori della raccolta provengono da ogni parte del Gargano. I più numerosi provengono da Vico del Gargano: Michela Di Perna, Maria Vera e Nicola Angelicchio, mentre dalla lontana Vieste arrivano Isabella Cappabianca e Angela Ascoli ; da Ischitella invece Rocco Martella e Nino Visicchio ; da Apricena Franco Ferrara e Raffaele Pennelli ; da Monte Sant’Angelo Pietro Salcuni e da San Giovanni Rotondo Onofrio Grifa e Michele Totta, nomi noti al popolo della “Puteca”; da Carpino arriva Giuseppe Trombetta mentre da Rignano Garganico è presente il solo Giuseppe Lombardi. Infine, ma solo per ragioni di cuore, Antonio Guida (foto sotto), l’unico nome presente nel sodalizio di San Marco in Lamis. 
La lettura dei testi è stata sorprendente, piacevole, spesso vivace e sempre ricca di gustosi contenuti se non altro per le tante varietà del linguaggio che qui si confrontano e si intercettano in un gioco degli incastri e dei rimandi a volte espresse con arguzia altre volte invece con pathos spesso con una comunicativa duttile ed efficace, che lascia oltremodo esterrefatti. La visione di comuni intenti e la evidente fiera partecipazione di ciascun poeta ad un progetto univoco restano il fine di questa opera e quindi un valore inestimabile di straordinaria potenza evocativa di cui diamo atto.  
Luigi Ciavarella


Il poeta dialettale Antonio Guida di San Marco in Lamis
  

sabato 15 aprile 2017

MOSTRA ALL'APERTO DI NICK PETRUCCELLI

Ieri mattina siamo stati testimoni di un evento artistico molto curioso e interessante: una mostra di sculture di Nick Petruccelli, che l'artista sammarchese ha esposto nella centrale piazza Madonna delle Grazie Si tratta di opere a soggetto religioso o ispirate da simbolismi che traggono ispirazione dalle debolezze umane, come per esempio la famosa stele, peraltro già nota in quando esposta nel convento di San Matteo, al cui interno vengono stilizzati i segni tangibili della sofferenza umana contemporanea. La droga, l'alcolismo, e altre dipendenze, sono qui raffigurati attraverso simboli inequivocabili. Catene, siringhe, bottiglie, chiodi penetranti e addirittura un braccio scolpito nel legno dove il tutto evidenzia il grido soffocante di un dolore devastante, lo racchiude e lo denuncia con umana misericordia. Le stimmate scalfite nel palmo della mano, poi, rievocano il grido forte primordiale della croce che si protrae sino ai nostri giorni, sotto altra forma ma con uguale identica passione. E tutto ciò sin dall'alba del cristianesimo. Come altri silenziosi segni della passione di Cristo, che qui vengono esaltati, come la pietà, i profili umani imbrigliati nel legno e la croce, infine, sotto la quale si compie il gesto più toccante della storia bimillenaria della Chiesa, sono tutti momenti che possiedono la forza di rappresentare un grande evento evocativo che ieri abbiamo percepito e di cui diamo testimonianza.

Luigi Ciavarella





lunedì 10 aprile 2017

POESIA COME VIAGGIO



Da questa altezza vertiginosa
respiro l’aria funesta di Chernobyl
e la brezza del gran canal dello Starale
tra gorgheggi di acque putrefatte
e profumi esaltanti di sambuco.  
Potremmo osservare la piana dei Catapani
nella sua maestosa interezza come una taiga,
da questa balconata naturale,
con le sue spighe agitate dal vento
e le betulle che si specchiano nello stagno,
altezzose in questa stagione strana d’estate.
Oppure dentro i rivoli del Candelaro che tagliano i sentieri
dove spesso si possono incontrare
gli sguardi impaurite delle rane
immobili, vicinissime allo specchio d’acqua
gonfie d’ attesa mentre fissano la preda. 
Respiro il profumo di Parigi
i cento ponti che attraversano la Senna
e i boulevard che mi ricordano nei sogni
il grande Jacques della guida Michelin
odorose di puttane, di caffè e di Pastis.
I clochard sono fermi agli angoli della strada
altri sotto i ponti del fiume conservano cartoni per la notte,
stipano con cura bottiglie di vino St. Morand
tra gli stracci ai margini dei canali.
Mi ricordano Colmar queste strade di pietre
grigie di madreperla che corrono a valle
quasi a precipizio; gli indolenti vialetti
che profumano di fiori di gelsomino,
inebrianti sentieri della vita mi passano accanto
tra percorsi odorosi di lardo e di salsicce;
neanche fossimo a Praga o nei bassifondi luridi
desolati di Marsiglia o tra i vapori che ristagnano
nelle bettole maleodoranti di Barcellona,
dove la santa inquisizione accende ancora fuochi
e getta i resti degli eretici nei rigagnoli davanti al porto
prima della partenza dei piroscafi verso l’ignoto.
Luigi Ciavarella

domenica 2 aprile 2017

CARTOLINE, TRAJONE E SUPERSTIZIONI

Questa cartolina di Matteo Di Carlo (foto a sinistra) credo sia l'unica testimonianza illustrata di una poesia dialettale dedicata alla fracchia. Forse l'unica in assoluto impressa su cartolina postale.
Nel mio ricordo di adolescente la vedo in dose massicce nei tabaccai e in altri posti pubblici, soprattutto nei periodi pasquali. Pensavo allora che l’Autore fosse una specie di istituzione del nostro paese, senza immaginare affatto che la divulgazione della cartolina era soltanto una iniziativa personale dell'Autore.  
Degli altri poeti dialettali naturalmente non conoscevamo nulla poiché non vi erano state stampate altre cartoline simili. Nessuno evidentemente aveva ritenuto utile imitare l’esempio di Matteo Di Carlo. Nulla sapevamo, per esempio, di Joseph Tusiani, - emigrato in America - Francesco Paolo Borazio o di Giovanni La Selva etc. perché le loro cose erano discusse e soltanto nei circoli o, al limite, custodite nella biblioteca pubblica di Corso Giannone. Nessuno aveva notizie delle loro opere perché nessuno degli Autori si era preso l’impegno di divulgare i risultati delle loro ricerche o delle loro passioni letterarie ad un pubblico più eterogeneo. Men che mai i presidii scolastici che, ieri come oggi, non hanno mai avvertito il bisogno né di indagare né tantomeno di promuovere radici e fatti letterari contemporanei del proprio territorio, come, d’altra parte neppure erano obbligati a farlo, dovendo rispondere soltanto ai rigidi programmi imposti dal ministero. Quindi la ricerca culturale, storica e popolare era terreno riservato soltanto a poche persone i cui risultati spesso rimanevano in ambito circoscritto nella loro comunità.
Nonostante circolassero ovunque frammenti di voci relative al racconto popolar fantastico, in vernacolo, “Lu Trajone” il testo integrale non era stato ancora pubblicato né le varie autorità culturali del posto, come accennato sopra, si erano prodigate a sollecitare un interessamento da parte di privati o delle istituzioni. Si trattava dopotutto di un racconto di ingegno formidabile per le tante trame e i riferimenti allegorici contenuti nel testo, intrecciate sullo sfondo di una valle molto familiare nel nostro immaginario collettivo.Francesco Paolo Borazio, il cavapietre autodidatta, che aveva scritto il poema epico sulle pagine di un quadernetto di scuola, intendeva non solo raccontare una storia di amore disperato, ma anche di mettere in evidenza, attraverso il racconto dei due fuggitivi innamorati, i vizi e le virtù di una comunità chiusa tra le montagne di una regione impervia. Lu trajone, il dragone mostruoso diventa quindi la metafora dei nostri incubi comunitari accanto alle nostre paure ancestrali che da sempre ci impediscono di guardare oltre gli orizzonti, che peraltro ci sono preclusi fisicamente. Credo che questo avrà pensato lo scrittore sammarchese quando ha messo nero su bianco le vicende di Vela e Seppantonio, svelare cioè il carattere peculiare (direi fondante) che ci appartiene e ci contraddistingue come comunità. Non male per uno scrittore autodidatta che ha appreso sui pochi testi scolastici il necessario che gli è servito per mettere in cantiere quest’opera dai contorni paradossali illuminati oltremodo da un linguaggio semplice soltanto in apparenza quando, al contrario, investe d’autorità una scrittura e un mondo popolari in cui la parola dialettale conquista il centro della scena avendole affidato un compito, uno stile e una forma che serviranno alle generazioni successive per confrontarsi su basi strutturali condivise. Una novità e una modernità di sorprendente attualità.
Francesco Paolo Borazio ( 1918 - 1953 )
D’altra parte alcune schegge del racconto di questa figura mitologica, provenienti dalle nebbie di un passato arcaico sono sempre circolate in paese accompagnando nella paura e nel terrore intere generazioni di sammarchesi. Il dragone come spirito maligno invincibile, posto a guardia delle nostre paure ancestrali è sempre stato il golem a cui abbiamo affidato le nostre superstizioni e i nostri timori peraltro nei confronti di un essere orribile che nessuno aveva visto mai ma che ugualmente incuteva spavento e terrore. Un demone fuggito dall’inferno contro il quale un bel giorno il popolo si ribella, diventa temerario e gli dà la caccia come nel finale di un film gotico, spinto da una forza disperata, allo scopo di annientarlo. 
Una comunità intera si arma quindi di forconi e parte alla caccia del "il serpente" che “Teneva sette pede cu’ sett’ogna ammulate e pezzute come spate” allo scopo di annientarlo e salvare la giovane coppia che il mostro aveva rapito. Il popolo si appropria del suo destino, diventa temerario e sfida apertamente il mostro. Un finale degno di un colossal d'altri tempi. Ma giunti nella valle di Stignano, il luogo dove si sospetta che il dragone dimori, non troveranno traccia del terribile mostro tentacolare con sette teste, bensì i giovani ragazzi impauriti che dovranno raccontare tutta la loro verità. L’epilogo avrà un retrogusto amaro, la tragicomica vicenda de lu trajone dimostrerà tutta la sua inconsistente e disarmante fragilità e ciascuno farà ritorno al proprio quotidiano.
Per avere una conoscenza organica del poema vernacolare dobbiamo aspettare il 1977 quando i giovani professori Antonio Motta, Cosma Siani e Michele Coco, con la complicità di Filippo Pirro, illustratore preciso e allegorico, e la presentazione dell’accademico Francesco Sabatino, ne appronteranno una edizione completa, inaugurando così anche una collana editoriale molto proficua. Nessuno sino a quel momento ci aveva mai pensato, neanche sotto forma di cartolina illustrata con stralci testuali e disegni appropriati tali da rendere seducente una storia d’amore e di coraggio vissuta tanto tempo fa in questa valle incantata.
Luigi Ciavarella